Mi ameresti lo stesso se fossi una farfalla?

È un’estate serena. 
Mio figlio ha appena compiuto 16 anni. È sempre stato un ragazzo solare, amico di tutti, bravissimo a scuola. Amato e adorato dai nonni, con i quali ha un rapporto meraviglioso.
Il figlio che tutti vorrebbero avere. 

Ultimamente è diventato un po’ scontroso e spesso si chiude in camera sua, ma pensiamo sia l’età: l’adolescenza è dura per tutti. 

Andiamo al mare come consuetudine tutto il mese di agosto. Con noi c’è anche un suo amichetto storico. Mi fa domande strane come: “Mi ameresti lo stesso se fossi una farfalla? E se fossi un pesce?”. Io ci scherzo su. 

La sera del compleanno del padre, quando gli ospiti sono andati via, seduti in veranda da soli mi dice: “Mamma, devo dirti una cosa. Credo di essere trans, anzi di sicuro lo sono”.

Vengo colta da un momento di smarrimento, perché non ero preparata a quell’esternazione e soprattutto non avevo colto alcun segnale in tal senso.

Gli dico comunque di non preoccuparsi e di restare sereno perché qualunque cosa stia vivendo la affronteremo insieme.

Gli dico anche che penso sia giusto procedere con calma perché potrebbe essere solo una fase, in quanto mai in passato aveva mostrato segni di tale desiderio: aveva sempre giocato con giocattoli maschili, si era vestito sempre da maschietto, e anzi ci teneva a non indossare colori che sembrassero femminili.

La mattina seguente ne parlo con mio marito e assieme cerchiamo di capire cosa stia accadendo e quanto nostro figlio stia soffrendo per questa situazione. Prendiamo tempo. 

Torniamo in città. Sta per iniziare la scuola e lui ci vuole andare vestito da donna. Io e suo padre lo convinciamo a non farlo: viviamo in una piccola città, sappiamo che un passo del genere non gli permetterebbe di tornare indietro facilmente.

Vengo a sapere che sta frequentando una sua vecchia amicizia (una ragazza trans che lo inserisce in un gruppo di Whatsapp LGBT) e che si fa chiamare dagli amici più intimi con un nome femminile. 

In casa iniziano le discussioni e i malumori, perché noi non comprendiamo questa fretta e lui non riesce a spiegarci cosa stia succedendo dentro di lui.

Vogliamo solo capire cosa prova per aiutarlo a prendere la decisione migliore.

Tenta anche di scappare di casa, ma mio marito lo convince a rimanere. Siamo preoccupatissimi per lui e per le scelte affrettate che potrebbe fare. È un incubo. 

Cerco aiuto su internet e invio una email sul sito GenerAzioneD. È la svolta: mi scrive una donna gentilissima, ci sentiamo telefonicamente e mi dà speranza. Mi racconta le esperienze di altri genitori e mi conferma l’importanza di non prendere decisioni affrettate, di non lasciare solo mio figlio e di fornirgli adeguato supporto, anche psicologico, per affrontare questo difficile momento.

Ne parliamo con nostro figlio che acconsente ad incontrare uno psicoterapeuta.  I primi incontri sembrano dargli un po’ di serenità e intanto la scuola va avanti. Lo studio lo prende tanto e lo distrae. 

Mio marito comincia a occuparsi anima e corpo di nostro figlio. Escono spesso insieme, fanno sport e tornano ad essere molto uniti.

A novembre nostro figlio conosce sui social una ragazza di un’altra città. Ci chiede di poterla conoscere di persona e noi lo assecondiamo. Se ne innamora e da lì cominciano telefonate e videochiamate infinite. 

Sembra aver ritrovato sé stesso: è il ragazzo di sempre, sorride, è felice.

Tiene a sé stesso, si lascia un filo di barba, compra abiti maschili. Dopo che per mesi arrivavano a casa pacchi di abiti femminili comprati sul web, ora sembra voler tornare sui suoi passi. A Natale ci regaliamo un viaggio tutti insieme: ci ritroviamo più uniti che mai.

A febbraio si lascia con la ragazza e noi nutriamo il timore che possa aprirsi una nuova fase di sofferenza identitaria. Per fortuna reagisce bene al colpo e qualche mese dopo incontra una nuova ragazza, con la quale sta ancora oggi.

L’estate scorsa, tra chiacchiere e scherzi in compagnia, esce fuori l’argomento:, tramite la frase di una cugina che afferma: “ah, se fossi stata un uomo!”.

Prendo mio figlio in contropiede e gli chiedo: ”E tu cosa vuoi essere?” E lui: ”Quello che sono: un uomo.” La crisi identitaria sembra essersi ricomposta.

Riconosco che è stato importante stare al suo fianco, ma anche non lasciarsi travolgere da scelte affrettate verso una transizione che molto probabilmente non sarebbe stata la strada giusta per lui.

Era giusto concedergli il tempo per riflettere approfonditamente e conoscersi meglio. 

Il mio ragazzo, solare, divertente ora è tornato. Qualche volta va in panico per qualche situazione, ma sta imparando a gestire l’ansia. Penso solo “se avessi fatto il passo sbagliato, forse l’avrei perso per sempre e anche lui avrebbe perso sé stesso”.

La sua ritrovata serenità è il bene più prezioso che custodisco nel profondo del cuore. Per questo ringrazio e sarò sempre debitrice a GenerAzioneD e al lavoro meraviglioso di supporto e informazione che fanno.

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